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Il tanto atteso incontro fra Bersani e i rappresentanti M5S si è svolto, come da programma, sotto l’occhio vigile della telecamera che ha pubblicamente ed integralmente trasmesso la riunione.  Nei giorni precedenti vi sono state numerose assicurazioni da parte di entrambi gli schieramenti inneggianti alla trasparenza integralista – la moda del momento. Il fatto che l’evento sarebbe stato trasmesso in streaming è stato ribadito bilateralmente con il tono di chi sta dicendo una cosa scontata, naturale, normale, consolidata.

Ma questa tendenza consolidata non è, e solo pian piano i protagonisti – e gli spettatori – prenderanno le misure delle implicazioni connesse a questa modalità di fare politica.

Lo sbilanciamento visivo è evidente

Visivamente lo sbilanciamento è evidente

In primis, la regia conta. Non è vero che i fatti ripresi “senza filtro” sono necessariamente imparziali. C’è sempre una qualche leva o un qualche elemento che può influenzare la percezione finale, anche in modo inconscio.  Nella versione “ufficiale” integrale, il tavolo non è centrale: da una parte vi sono Bersani ed il suo collega, mentre dall’altra, che occupa il 75% dello schermo, i grillini.  Dietro i grillini vi è una fila di sedie completamente occupata (da giornalisti? Iscritti? Amici e parenti? Poco conta…) mentre una delle due uniche sedie non vicine al tavolo dalla parte del PD è vuota.  Lo sbilanciamento visivo di forze è evidente, e l’immagine suggerisce una situazione in cui un mediocre rappresentante commerciale ed il suo aiutante vengono ricevuti svogliatamente alla corte del re e della regina, che impassibili (annoiati?) ascoltano sotto gli occhi (annoiati!) dei cortigiani la descrizione di un prodotto di cui non hanno bisogno.

Ancora più importante è la constatazione che l’integrale e pubblica visibilità perturba in modo drastico lo svolgimento dell’incontro.  Dopo settimane in cui entrambi gli schieramenti hanno reso note alla stampa le proprie (inconciliabili) posizioni, come potrebbero i rappresentanti – proprio in quel momento, sotto gli occhi indagatori degli elettori – venire meno a quanto affermato poco prima?  In un momento in cui tutti sembrano fare dell’integrità delle proprie posizioni una bandiera da sventolare a destra e a manca, il copione era già scritto, dall’inizio alla fine.  E la telecamera toglie qualsiasi possibilità di deviazione, anche minima, rendendo l’incontro null’altro che una verbalizzazione mediatica dei comunicati e delle dichiarazioni rilasciate nei giorni precedenti.

A margine, il premio speciale della giuria va a Bersani, che è riuscito ad articolare la proposta commerciale in modo così poco convincente da farsi mettere alle strette perfino dai due antipatici parvenu della politica.  Non puoi venirmi a chiedere qualcosa dicendomi “solo un pazzo vorrebbe veramente avere questa cosa”.  Perché quando ti rispondo “ma guarda, non c’è problema, ti tolgo d’impiccio: la tengo io volentieri e anzi dammi anche la tua, visto che ti pesa”, tu sei al tappeto.

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Da qualche tempo abbiamo preso l’abitudine, in ufficio, di consumare un paio di volte alla settimana delle zuppe pronte a mezzogiorno. Il meccanismo di apertura è pessimamente progettato. Dario, il mio vicino di scrivania e compagno di zuppa, mi ha convinto che era il caso di far valere i nostri diritti di consumatori (forse Dario è un po’ troppo belligerante su alcuni temi, ma questa è un’altra storia). Non avevo mai fatto niente del genere prima, ma c’è sempre una prima volta. Ora siamo in ansiosa attesa di risposta, domandandoci se la nostra solitaria voce di consumatori sarà udita dal sistema tiranno.

Da: Emilio [omissis]
Inviato: giovedì 28 marzo 2013 15:09
A: ‘qualita@dimmidisi.it’
Cc: Dario [omissis]
Oggetto: Problematica strutturale nel packaging della linea “Zuppe Fresche”

Gentile Responsabile della Qualità,

siamo con la presente a condividere con Lei alcune considerazioni inerenti la funzionalità del packaging della linea di prodotti “Zuppe Fresche”.

Ci fa piacere premettere che apprezziamo pienamente l’eccellente qualità complessiva del prodotto, che costituisce ormai da diverse settimane l’opzione più frequentemente scelta per consumare il pranzo in ufficio.

La freschezza degli ingredienti, la facilità nella preparazione, l’ottima composizione nutrizionale ed in definitiva il solido rapporto qualità/prezzo hanno fatto di noi progressivamente dei veri e propri estimatori della zuppa a mezzogiorno, che acquistiamo comodamente al bisogno presso il mini market posto in prossimità dell’ufficio.

Tuttavia, puntualmente, ogni volta che ci apprestiamo a consumare il vostro prodotto, ci stupiamo di come sia pessimamente progettato e realizzato il meccanismo di chiusura dello stesso.  La pellicola protettiva infatti è impossibile da rimuovere senza causarne una lacerazione completa in prossimità della linea di adesione al contenitore in plastica.  In parole più semplici, applicando una trazione al lembo esterno, in conformità a quanto illustrato nelle istruzioni per l’utilizzo, è pressoché impossibile evitare di strappare la pellicola e rimanere con il lembo stesso in mano.

Ciò richiede dunque necessariamente il susseguente utilizzo di un attrezzo tagliente – normalmente utilizziamo un coltello – per poter lacerare la pellicola internamente alla circonferenza e, con azione di taglio dagli esiti imprecisi e potenzialmente disastrosi, rimuovere dall’interno la pellicola stessa.

L’operazione non solo è di per sé precaria e dai risultati incerti – che includono talvolta schizzi, rovesciamenti, macchie, eccetra – ma è ancora più complessa e pericolosa qualora la pellicola venisse effettivamente rimossa (come da istruzioni) dopo il riscaldamento del prodotto: in realtà, seguire alla lettera le istruzioni (che consigliano appunto di forare la pellicola e rimuoverla solo successivamente alla cottura nel microonde) significa condannarsi ad un disastro certo: ridotta resistenza strutturale causata dai fori e temperatura elevata del fluido alimentare complicano solamente la situazione.

Ci teniamo a sottolineare come queste osservazioni non siano frutto di un disagio estemporaneo  o di un utilizzo saltuario ma siano basati su un consistente numero di campionamenti dovuti al consumo continuativo che facciamo dei prodotti in oggetto.  Il tasso di successo nell’operazione di rimozione della pellicola, peraltro misurato su diversi operatori, è esattamente zero.

Ora, quello che ci chiediamo ogniqualvolta ci apprestiamo a scimmiottare la gestualità di un chirurgo per poter aprire la confezione, è: plausibilmente avrete fatto decine di riunioni, studiato soluzioni tecniche, testato i prodotti prima di immetterli sul mercato. Come è possibile che non vi siate accorti di questa macroscopica problematica strutturale?

Nella speranza di aver contribuito ad un continuo miglioramento dei vostri prodotti, l’occasione ci è gradita per porgere

Cordiali Saluti

Emilio [omissis]

Dario [omissis]

 

Beppe Grillo è un fantastico comunicatore e uomo da palcoscenico.  I suoi spettacoli mi hanno sempre (almeno fino a qualche anno fa) fatto ridere e quando ne ho avuto occasione li ho sempre guardati con gusto.  La vis comica è sempre stata bene o male imperniata sul fatto che venivano durante le esibizioni svelate verità inconfutabili e apparentemente in forte contrasto con la percezione comune: quello lì è mafioso, la nonna di quell’altro controlla la consob, si può alimentare una macchina con la fanta, si può ricavare energia dai cotton fioc usati.  E, subito dopo la rivelazione, l’ironia e il sarcasmo usati con la leggerezza di un ariete per sfondare la resistenza del pubblico, strappare una risata, e, sul finire dell’applauso, far girare lo spettatore verso il vicino per dire “eh però, alla fine c’ha ragione”.

Partendo da questi prodromi il passaggio alla guida autarchica di un movimento reale e concreto (prima, o quasi, forza politica in Italia!) che ha magicamente trasformato gli spettatori in sostenitori è stato un fenomeno che non smette di incuriosirmi e interessarmi, e nei confronti del quale non ho in realtà ancora una posizione delineata – soprattutto perché mi sembra che manchino ancora sufficienti dati per poter dire cose come “hanno salvato il paese” o “sono una mandria di buffoni”.  Diamo tempo al tempo.

Ho sempre però diffidato dagli entusiasmi sbandierati in modo incondizionato e da chi affermasse convinto di aver trovato la soluzione a tutti i mali.  Per Beppe Grillo questa panacea, fin dagli albori del suo blog e del movimento, è stata l’entità astratta a cui si è sempre riferito come “La Rete”.

L’atteggiamento di Grillo nei confronti di Internet mi ha sempre ricordato quello di un qualsiasi tecno-entusiasta manager (poco preparato) a cui qualcuno ha sommariamente – e forse impropriamente – spiegato le potenzialità dello strumento.   Potenzialità, appunto.  Cose che possono essere in potenza.  Ma che vanno correttamente declinate per avverarsi in essenza. Molte volte nel mio ambito professionale mi sono trovato a dover spiegare – non senza imbarazzo – che sì, Facebook ha milioni di utenti, ma forse non tutti questi milioni aderiranno volentieri e spontaneamente al gruppo “amici del tirante metallico nichelato”, o che una mailing list aziendale aperta con più di duemila utenti non è il mezzo migliore per “stimolare la comunicazione interaziendale”.  Certo, si può tecnicamente realizzare; ma ha senso?

Grillo (o forse Casaleggio?) dal canto suo non ha mai messo in discussione che un blog potesse fungere da punto di incontro e condivsione costruttiva per milioni di utenti e sostenitori.  E’ la rete, è tutto trasparente, è il cittadino attivo.  Uno vale uno!

Peccato che ieri ha elegantemente definito – con un post dedicato – “schizzi di merda digitali” gli utenti che lasciano commenti negativi ai suoi post.  Ha invocato “troll, fake, multinick”; mancavano le superscazzole, i filicudi, gli antani e il cane che gli ha mangiato il compito a casa.

La rabbia di Grillo deriva con tutta probabilità dal fatto che – a differenza, pare, di molti dei suoi sostenitori – si dev’essere accorto che questa è proprio una brutta gatta da pelare.

Consentire a chiunque di commentare significa mantenere lo status quo.

Restringere la possibilità di commentare solo ad utenti autorizzati (che siano o non siano iscritti M5S poco cambia) implica l’istituzione di un rigido processo di registrazione.  Ma la ‘classica’ registrazione internet non ferma certo il troll; posso dare dati falsi, posso fare cento indirizzi email, posso aggirarla come voglio.  Mi blocchi l’IP? Ma non scherziamo.

Rimane la linea dura: verifica ‘hard’ dell’identità e della consistenza dell’account.  Chiedo una carta di credito per iscriversi? Chiedo di compilare un modulo cartaceo allegando i documenti? Chiedo l’impronta digitale e l’albero genealogico?

Pur assumendo di trovare un metodo che permetta di avere una ragionevole certezza sull’identità dell’utente connesso (e che non ammazzi il traffico generato dal blog o il suo significato politico), rimane un problema.  Anzi il problema.  Quello veramente strutturale: non puoi pretendere che otto milioni di elettori siano identicamente d’accordo con quello che scrivi e che i loro rappresentanti fanno.

In diretta conseguenza di quanto esposto, delle due l’una: o Grillo viene meno ad uno dei suoi capisaldi eliminando la possibilità di commentare il blog, oppure è condannato a fornire (a sue spese) una visibilità enorme a tutti quelli che non sono d’accordo con lui.

E’ la Rete, bellezza.

Qualche sera fa, sfogliando la libreria di programmi a disposizione dell’utente dell’eccezionale servizio Sky On Demand, mi sono imbattuto nella collezione di tutti gli episodi della prima stagione della serie Black Mirror.  Ammetto che non ne avevo mai sentito parlare prima.  Incuriosito dalla sintetica descrizione disponibile a schermo e dal fatto che l’intera prima stagione fosse in realtà composta da solo 3 episodi dalla durata decisamente modesta (meno di un’ora ciascuno), ho premuto il tasto play.

Era molto tempo che non venivo così piacevolmente stupito.  I tre episodi sono completamente scorrelati l’uno dall’altro e tutti autoconclusivi.  Non voglio entrare nello specifico contenuto di ogni cortometraggio, perchè mi auguro anche per chi non li avesse ancora visti la stessa piacevole sorpresa.

Mi limiterò a dire che il primo è una provocazione relativa alla pervasività dei media con particolare riferimento a internet nel suo complesso ed al fantomatico social cloud.  Ambientato nell’Inghilterra contemporanea, esplora le potenziali (e assurde) conseguenze della pervasività della comunicazione digitale.  In realtà la vicenda trattata è abbastanza implausibile se si prende in considerazione un assunto di base che più volte è stato ribadito e messo in atto dai governi occidentali (ed in particolare dai paesi anglosassoni): con i terroristi non si tratta.  Nonostante questo aspetto lievemente stonato, rimane interessante e stimolante la caricaturale serietà con cui gli eventi precipitano verso il finale a sorpresa.   Voto: 8-

Il secondo è, a mio avviso, il vero gioiello della serie: ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte esattamente al tipo di uso della fantascienza più interessante: la fantascienza come mezzo e non come fine.  Come in P.K. Dick, o in una certa parte di Asimov, l’ambientazione futuristica serve solo come cosmesi e catalizzatore degli eventi, che rimangono comunque ancorati all’uomo, alla condizione umana ed alla società, e potrebbero – volendo – essere trascritti anche utilizzando il palscoscenico di un’epoca antecedente, senza sminuire la portata del significato veicolato.  Partenza in sordina che innesca qualche dubbio. A seguire, climax magistralmente dosato e apex molto intenso che conquista i pieni voti.  Ma la lode e l’applauso accademico sono per me da ascrivere agli ultimi due minuti.

Nell’ultimo episodio un’altra interessante riflessione sulle implicazioni della privacy e del patrimonio di informazioni, se così vogliamo chiamarlo, proprio di ogni individuo nell’era digitale. Fino a che punto siamo schiavi di una tecnologia che impedisce di dimenticare qualsiasi cosa? E fino a che punto è auspicabile?  Bella la regia, l’idea e la realizzazione tecnica. Voto: 8+

Esiste anche una seconda stagione, che non mancherò di vedere.   Ci sono più significati, più spunti di discussione e più intensità  in un solo episodio di Black Mirror che in un’intera stagione di Lost successiva alla terza.

L'edizione italiana ha due versioni (copertina bianca e copertina nera) dal contenuto identico.

L’edizione italiana ha due versioni (copertina bianca e copertina nera) dal contenuto identico.

L’ultima creazione del prolifico ed acclamato Ken Follet è costituita da un’imponente trilogia che narra delle vicende incrociate di cinque famiglie di diverse nazionalità nel corso dell’intero “secolo breve”, sullo sfondo debitamente dettagliato dei più rilevanti eventi storici che hanno segnato il 1900. Riassunta così, l’opera può sembrare di portata titanica, e in effetti anche solo le dimensioni fisiche dei tomi che la compongono non sono trascurabili.  Al momento attuale son disponibili solamente i primi due volumi, rispettivamente “La caduta dei giganti” e “L’inverno del mondo”, mentre il terzo, sul cui titolo ancora non vi sono informazioni precise, è previsto per il 2014.

La caduta dei giganti copre il periodo 1905-1925, mentre L’inverno del mondo riprende le vicende dei protagonisti nel 1933, per terminare poco dopo il secondo conflitto mondiale. Entrambi i volumi constano di circa un migliaio di pagine.

Il vero valore di questi libri è il dettaglio della ricostruzione storica e l’analisi della trasformazione sociale nei vari contesti che fanno da sfondo alle vicende personalissime dei protagonisti.  Ogniqualvolta mi sia trovato incuriosito dalla descrizione dettagliata di un evento e abbia conseguentemente verificato l’aderenza di quanto riportato alla versione storica non sono stato deluso: la coerenza e precisione nella ricostruzione dei romanzi è fantastica.  Follet stesso, nel suo commento finale relativamente alle “linee guida” nel riproporre gli eventi, toglie ogni dubbio rispetto all’affidabilità della ricerca.  Addirittura esplicita come gli intrecci e i dialoghi dei personaggi storici con i personaggi del romanzo (frutto di fantasia) siano stati creati con una particolare attenzione alla “plausibilità”: ovvero, anche se ovviamente non sono avvenuti, sono tratti da dialoghi (documentati) avvenuti con altre persone, o riferiti a scritti, memorie, conferenze.  Insomma, forse Churchill non ha detto proprio quelle precise parole al protagonista del romanzo, però avrebbe potuto dirle o le ha veramente dette a qualcun altro nel medesimo periodo.

La lenta ed inesorabile escalation verso la prima guerra mondiale e la sensazione generale prima di incredulità e poi di ineluttabilità condivisa dai cittadini delle diverse nazioni è davvero magistrale.  Così come lo è la ricostruzione della diplomazia di inizio secolo, scomodamente a cavallo fra una tradizione post-napoleonica e i cambiamenti imposti al mondo dai progressi tecnologici, industriali e sociali.

Nel corso delle mille pagine di ogni volume vengono dipinte variazioni sociali e culturali di tale entità da far riflettere piacevolmente il lettore su quanto sia stato dinamico – anche se spesso con risvolti catastrofici e drammatici – il secolo scorso.

Per ora "L'inverno del mondo" è disponibile solo con copertina rigida (che odio)

Per ora “L’inverno del mondo” è disponibile solo con copertina rigida (che odio).

La Century Trilogy però non è (solo) un trattato di storia contemporanea e rimane rivolta a qualsiasi tipo di pubblico.  Probabilmente al fine di incontrare il favore di una fascia di lettori più ampia, Follet ha condito i romanzi di molti risvolti sentimentali, struggenti storie d’amore ed incontri fra i protagonisti che a volta sembrano un po’ troppo fortuiti.  Gli intrecci – soprattutto nel primo volume – hanno comunque una loro dignità narrativa e non mancano i colpi di scena; ne l’inverno del mondo tuttavia gli inframezzi di questo tipo aumentano un po’ troppo per i miei gusti e l’interessante lettura delle parti con un forte connotato storico è forzatamente inframezzata da centinaia di pagine in modalità Harmony nelle quali la prolissità dell’autore la fa da padrona.

La lettura rimane dal mio punto di vista comunque consigliata: gli eventi del secolo scorso sono così affascinanti e sconvolgenti da non annoiare mai, ed il punto di vista è sicuramente originale.   I deus ex machina e le romanticherie in eccesso, tutto sommato, si possono sopportare senza particolari problemi, ed il gioco vale assolutamente la candela.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo potuto assistere ad una progressione geometrica della quantità di Talent Show trasmessi da praticamente qualsiasi canale televisivo.  I Talent Show hanno lentamente eroso il dominio incontrastato dei Reality Show fino a confinarli in una nicchia per pochi irriducibili aficionados. Ignoro quali siano nel dettaglio le ragioni di questa darwiniana evoluzione di format: probabilmente il livello infimo di qualità del materiale prodotto filmando ossessivamente un gruppo di persone (troppo) comuni confinato da qualche parte senza nessun altro scopo specifico se non manifestare l’originalità unica della propria mediocrità iniziava a far sorgere qualche domanda anche allo spettatore più passivo e onnivoro.

Il concetto alla base dei talent show è piuttosto semplice e, nonostante venga declinato in modalità differenti sulla base delle esigenze di ogni singola trasmissione, gli elementi di fondo rimangono tutto sommato gli stessi.  C’è un insieme di “concorrenti”, tendenzialmente appartenenti alla categoria dei “dilettanti” della disciplina oggetto del programma, che può essere la musica, la cucina, il ballo, e così via.  Questi concorrenti non sono professionisti, non hanno un’autorità derivata da meriti acquisiti sul campo del talent show – in pratica, sono degli emeriti nessuno.  Ci sono poi dei “giudici”, idealmente super partes, che al contrario possono vantare diverse mostrine e generalmente hanno un bagaglio esperienziale che non può essere messo in discussione.  Il ruolo dei giudici nei confronti dei concorrenti è duplice: da una parte si occupano di indirizzare la ‘crescita professionale’ dei dilettanti, analizzando il loro operato e dispensando consigli o invitando a specifici esercizi di miglioramento; dall’altra sono chiamati per l’appunto ad esprimersi in relazione ad una specifica performance, che tendenzialmente avviene durante il corso della trasmissione o comunque ne è il fulcro.  Sulla base dell’opinione dei giudici, i concorrenti possono proseguire il loro cammino di crescita all’interno della trasmissione oppure venirne eliminati.  L’eliminazione progressiva dei concorrenti porta in ultima analisi all’individuazione di un vincitore dell’edizione – generalmente a cadenza annuale – del programma.

A me sembrano meccaniche e concetti piuttosto banali e che non lasciano grande spazio all’interpretazione.  Tu, emerita nullità, incapace per definizione di ottenere autonomamente il successo nello specifico campo applicativo, vieni fortunatamente selezionato per far parte del programma.  Hai l’opportunità di entrare in contatto con dei professionisti veri e, se sei molto molto fortunato (o molto molto abile), addirittura di vincere il premio in palio oltre a tutti gli altri effetti derivati dalla grande visibilità ottenuta attraverso l’esposizione televisiva.  In caso contrario, potrai comunque usufruire di consigli e opinioni di esperti che sono ordini di grandezza più abili di te: non è cosa da tutti i giorni farsi spiegare come tagliuzzare le verdure da Carlo Cracco o come sfruttare un particolare arrangiamento da Elio.

Eppure, non riesco a non essere profondamente disturbato da alcuni aspetti e sfumature che sembrano permeare trasversalmente le diverse declinazioni del concetto di talent show.  In primis, in modo più o meno intenso a seconda delle fasi del programma, si percepisce spesso da parte dei concorrenti – le cui interviste e affermazioni vengono generalmente riproposte durante la trasmissione – una non accettazione dei giudizi ricevuti o della propria eliminazione dal concorso.  Non è da sottovalutare, inoltre, il tolleratissimo (o addirittura incoraggiato?) atteggiamento da primadonna di alcuni concorrenti, che arrivano a cercare esplicitamente di ostacolare gli altri per prevalere, , contravvenendo al principo base di sportività della competizione, o a mettere apertamente in discussione l’autorità dei giudici – e mi verrebbe da chiedermi su che basi.

Il primo esempio che mi viene in mente è costituito dai Frères Chaos, mediocre duetto costituito da fratello e sorella simil-incestuosi: al momento della loro eliminazione dall’ultima edizione di X Factor, non risparmiarono di rivolgersi ai giudici (in diretta) in modo arrogante e maleducato, invocando il furor di popolo e sbandierando strampalate teorie su preferenze, favoritismi, brogli, giochi di palazzo  (sembra che tutto il materiale digitale relativo a quell’evento sia stato rimosso dalla rete; un estratto, decisamente non esaustivo, si può trovare qui:http://www.youtube.com/watch?v=7wpWex0HITM).

Eliminazione dei Freres Chaos

La comunicazione non verbale trasmette in modo abbastanza evidente la reazione dei concorrenti all’eliminazione

Molto più costante nella sua tracotante boria è l’ultima vincitrice di Master Chef, che fin dalle prime puntate ha manifestato un’intera collezione di atteggiamenti a me assolutamente insopportabili; dall’incapacità di accogliere una critica – peraltro faceta – da parte di un giudice, al candore con cui ammette di fare di tutto per mettere i proverbiali bastoni fra le ruote agli altri concorrenti, al livore e all’intenzione di prevalere senza compromessi che trasuda da ogni suo comportamento o esternazione. Per non parlare della risibile permalosità con la quale ha sbandierato la propria qualifica professionale facendosi chiamare “Avvocato” per tutta la durata del programma.

Volendo soffermarsi sulla specifica realtà di Master Chef, vale la pena notare che sicuramente i Giudici ci mettono la loro parte; i loro commenti alle performance sono così teatralmente caricaturati che sconfinano spesso nell’inopportuno e nel brutto gusto – sputare schifato il cibo accompagnando il gesto con sonore manifestazioni di disgusto non è certo un atteggiamento istituzionale.  In una certa misura si potrebbe concedere ai concorrenti l’attenuante dell’esasperazione e dell’umiliazione personale.  Questo però non può giustificare atteggiamenti come quelli che vengono continuamente mostrati dalla trasmissione: quando il concorrente si permette di mettere apertamente in discussione la competenza del giudice non dovrebbe dimenticare che il giudice non solo è il giudice, ma è Carlo Cracco, mentre lui, beh, lui non è nessuno.

Non è difficile da capire: quello che hai preparato non va bene.

Non è difficile da capire: quello che hai preparato non va bene.

Gli esempi di questo tipo sono numerosissimi e riproposti in continuazione in praticamente qualsiasi Talent. Ritengo che il messaggio che passa sia dannosissimo e decisamente fuorviante.  Vinci? Tutto bene, sei stato bravissimo. Perdi? E’ sicuramente colpa di qualcun altro, di un complotto, di un giudice che ha delle preferenze, della telecamera che ti ha ripreso male, della canzone che ti hanno assegnato, della pasta che non aveva abbastanza farina, dell’arbitro venduto.  Credo di poter riconoscere in tutto ciò diversi aspetti analoghi all’italianissima tendenza a scaricare il barile e non assumersi le proprie responsabilità.

E’ così difficile rispondere alla critica di un professionista – che è anni luce avanti a te – con “Grazie, ne farò tesoro e ne terrò conto nel mio futuro dentro e fuori il programma” e commentare un’eliminazione con “E’ stato un privilegio riservato a pochi poter venire qui ed imparare qualcosa dai migliori, purtroppo gli altri sono più bravi di me?

Di recente un amico anglofono che sta imparando l’italiano mi ha chiesto dei chiarimenti su alcune forme verbali della nostra lingua. In particolare, con estremo candore ed ingenuità, mi ha chiesto come mai per indicare il medesimo evento vi siano in alcuni casi due forme molto differenti nelle due lingue; talvolta in italiano si usa la terza plurale ove l’inglese presenta la prima singolare, come in questo caso:

i failed the test”

mi hanno bocciato all’esame”

E, forse, questa domanda è meno banale di quanto sembri.