Nel corso degli ultimi anni abbiamo potuto assistere ad una progressione geometrica della quantità di Talent Show trasmessi da praticamente qualsiasi canale televisivo.  I Talent Show hanno lentamente eroso il dominio incontrastato dei Reality Show fino a confinarli in una nicchia per pochi irriducibili aficionados. Ignoro quali siano nel dettaglio le ragioni di questa darwiniana evoluzione di format: probabilmente il livello infimo di qualità del materiale prodotto filmando ossessivamente un gruppo di persone (troppo) comuni confinato da qualche parte senza nessun altro scopo specifico se non manifestare l’originalità unica della propria mediocrità iniziava a far sorgere qualche domanda anche allo spettatore più passivo e onnivoro.

Il concetto alla base dei talent show è piuttosto semplice e, nonostante venga declinato in modalità differenti sulla base delle esigenze di ogni singola trasmissione, gli elementi di fondo rimangono tutto sommato gli stessi.  C’è un insieme di “concorrenti”, tendenzialmente appartenenti alla categoria dei “dilettanti” della disciplina oggetto del programma, che può essere la musica, la cucina, il ballo, e così via.  Questi concorrenti non sono professionisti, non hanno un’autorità derivata da meriti acquisiti sul campo del talent show – in pratica, sono degli emeriti nessuno.  Ci sono poi dei “giudici”, idealmente super partes, che al contrario possono vantare diverse mostrine e generalmente hanno un bagaglio esperienziale che non può essere messo in discussione.  Il ruolo dei giudici nei confronti dei concorrenti è duplice: da una parte si occupano di indirizzare la ‘crescita professionale’ dei dilettanti, analizzando il loro operato e dispensando consigli o invitando a specifici esercizi di miglioramento; dall’altra sono chiamati per l’appunto ad esprimersi in relazione ad una specifica performance, che tendenzialmente avviene durante il corso della trasmissione o comunque ne è il fulcro.  Sulla base dell’opinione dei giudici, i concorrenti possono proseguire il loro cammino di crescita all’interno della trasmissione oppure venirne eliminati.  L’eliminazione progressiva dei concorrenti porta in ultima analisi all’individuazione di un vincitore dell’edizione – generalmente a cadenza annuale – del programma.

A me sembrano meccaniche e concetti piuttosto banali e che non lasciano grande spazio all’interpretazione.  Tu, emerita nullità, incapace per definizione di ottenere autonomamente il successo nello specifico campo applicativo, vieni fortunatamente selezionato per far parte del programma.  Hai l’opportunità di entrare in contatto con dei professionisti veri e, se sei molto molto fortunato (o molto molto abile), addirittura di vincere il premio in palio oltre a tutti gli altri effetti derivati dalla grande visibilità ottenuta attraverso l’esposizione televisiva.  In caso contrario, potrai comunque usufruire di consigli e opinioni di esperti che sono ordini di grandezza più abili di te: non è cosa da tutti i giorni farsi spiegare come tagliuzzare le verdure da Carlo Cracco o come sfruttare un particolare arrangiamento da Elio.

Eppure, non riesco a non essere profondamente disturbato da alcuni aspetti e sfumature che sembrano permeare trasversalmente le diverse declinazioni del concetto di talent show.  In primis, in modo più o meno intenso a seconda delle fasi del programma, si percepisce spesso da parte dei concorrenti – le cui interviste e affermazioni vengono generalmente riproposte durante la trasmissione – una non accettazione dei giudizi ricevuti o della propria eliminazione dal concorso.  Non è da sottovalutare, inoltre, il tolleratissimo (o addirittura incoraggiato?) atteggiamento da primadonna di alcuni concorrenti, che arrivano a cercare esplicitamente di ostacolare gli altri per prevalere, , contravvenendo al principo base di sportività della competizione, o a mettere apertamente in discussione l’autorità dei giudici – e mi verrebbe da chiedermi su che basi.

Il primo esempio che mi viene in mente è costituito dai Frères Chaos, mediocre duetto costituito da fratello e sorella simil-incestuosi: al momento della loro eliminazione dall’ultima edizione di X Factor, non risparmiarono di rivolgersi ai giudici (in diretta) in modo arrogante e maleducato, invocando il furor di popolo e sbandierando strampalate teorie su preferenze, favoritismi, brogli, giochi di palazzo  (sembra che tutto il materiale digitale relativo a quell’evento sia stato rimosso dalla rete; un estratto, decisamente non esaustivo, si può trovare qui:http://www.youtube.com/watch?v=7wpWex0HITM).

Eliminazione dei Freres Chaos

La comunicazione non verbale trasmette in modo abbastanza evidente la reazione dei concorrenti all’eliminazione

Molto più costante nella sua tracotante boria è l’ultima vincitrice di Master Chef, che fin dalle prime puntate ha manifestato un’intera collezione di atteggiamenti a me assolutamente insopportabili; dall’incapacità di accogliere una critica – peraltro faceta – da parte di un giudice, al candore con cui ammette di fare di tutto per mettere i proverbiali bastoni fra le ruote agli altri concorrenti, al livore e all’intenzione di prevalere senza compromessi che trasuda da ogni suo comportamento o esternazione. Per non parlare della risibile permalosità con la quale ha sbandierato la propria qualifica professionale facendosi chiamare “Avvocato” per tutta la durata del programma.

Volendo soffermarsi sulla specifica realtà di Master Chef, vale la pena notare che sicuramente i Giudici ci mettono la loro parte; i loro commenti alle performance sono così teatralmente caricaturati che sconfinano spesso nell’inopportuno e nel brutto gusto – sputare schifato il cibo accompagnando il gesto con sonore manifestazioni di disgusto non è certo un atteggiamento istituzionale.  In una certa misura si potrebbe concedere ai concorrenti l’attenuante dell’esasperazione e dell’umiliazione personale.  Questo però non può giustificare atteggiamenti come quelli che vengono continuamente mostrati dalla trasmissione: quando il concorrente si permette di mettere apertamente in discussione la competenza del giudice non dovrebbe dimenticare che il giudice non solo è il giudice, ma è Carlo Cracco, mentre lui, beh, lui non è nessuno.

Non è difficile da capire: quello che hai preparato non va bene.

Non è difficile da capire: quello che hai preparato non va bene.

Gli esempi di questo tipo sono numerosissimi e riproposti in continuazione in praticamente qualsiasi Talent. Ritengo che il messaggio che passa sia dannosissimo e decisamente fuorviante.  Vinci? Tutto bene, sei stato bravissimo. Perdi? E’ sicuramente colpa di qualcun altro, di un complotto, di un giudice che ha delle preferenze, della telecamera che ti ha ripreso male, della canzone che ti hanno assegnato, della pasta che non aveva abbastanza farina, dell’arbitro venduto.  Credo di poter riconoscere in tutto ciò diversi aspetti analoghi all’italianissima tendenza a scaricare il barile e non assumersi le proprie responsabilità.

E’ così difficile rispondere alla critica di un professionista – che è anni luce avanti a te – con “Grazie, ne farò tesoro e ne terrò conto nel mio futuro dentro e fuori il programma” e commentare un’eliminazione con “E’ stato un privilegio riservato a pochi poter venire qui ed imparare qualcosa dai migliori, purtroppo gli altri sono più bravi di me?

Di recente un amico anglofono che sta imparando l’italiano mi ha chiesto dei chiarimenti su alcune forme verbali della nostra lingua. In particolare, con estremo candore ed ingenuità, mi ha chiesto come mai per indicare il medesimo evento vi siano in alcuni casi due forme molto differenti nelle due lingue; talvolta in italiano si usa la terza plurale ove l’inglese presenta la prima singolare, come in questo caso:

i failed the test”

mi hanno bocciato all’esame”

E, forse, questa domanda è meno banale di quanto sembri.