Qualche sera fa, sfogliando la libreria di programmi a disposizione dell’utente dell’eccezionale servizio Sky On Demand, mi sono imbattuto nella collezione di tutti gli episodi della prima stagione della serie Black Mirror.  Ammetto che non ne avevo mai sentito parlare prima.  Incuriosito dalla sintetica descrizione disponibile a schermo e dal fatto che l’intera prima stagione fosse in realtà composta da solo 3 episodi dalla durata decisamente modesta (meno di un’ora ciascuno), ho premuto il tasto play.

Era molto tempo che non venivo così piacevolmente stupito.  I tre episodi sono completamente scorrelati l’uno dall’altro e tutti autoconclusivi.  Non voglio entrare nello specifico contenuto di ogni cortometraggio, perchè mi auguro anche per chi non li avesse ancora visti la stessa piacevole sorpresa.

Mi limiterò a dire che il primo è una provocazione relativa alla pervasività dei media con particolare riferimento a internet nel suo complesso ed al fantomatico social cloud.  Ambientato nell’Inghilterra contemporanea, esplora le potenziali (e assurde) conseguenze della pervasività della comunicazione digitale.  In realtà la vicenda trattata è abbastanza implausibile se si prende in considerazione un assunto di base che più volte è stato ribadito e messo in atto dai governi occidentali (ed in particolare dai paesi anglosassoni): con i terroristi non si tratta.  Nonostante questo aspetto lievemente stonato, rimane interessante e stimolante la caricaturale serietà con cui gli eventi precipitano verso il finale a sorpresa.   Voto: 8-

Il secondo è, a mio avviso, il vero gioiello della serie: ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte esattamente al tipo di uso della fantascienza più interessante: la fantascienza come mezzo e non come fine.  Come in P.K. Dick, o in una certa parte di Asimov, l’ambientazione futuristica serve solo come cosmesi e catalizzatore degli eventi, che rimangono comunque ancorati all’uomo, alla condizione umana ed alla società, e potrebbero – volendo – essere trascritti anche utilizzando il palscoscenico di un’epoca antecedente, senza sminuire la portata del significato veicolato.  Partenza in sordina che innesca qualche dubbio. A seguire, climax magistralmente dosato e apex molto intenso che conquista i pieni voti.  Ma la lode e l’applauso accademico sono per me da ascrivere agli ultimi due minuti.

Nell’ultimo episodio un’altra interessante riflessione sulle implicazioni della privacy e del patrimonio di informazioni, se così vogliamo chiamarlo, proprio di ogni individuo nell’era digitale. Fino a che punto siamo schiavi di una tecnologia che impedisce di dimenticare qualsiasi cosa? E fino a che punto è auspicabile?  Bella la regia, l’idea e la realizzazione tecnica. Voto: 8+

Esiste anche una seconda stagione, che non mancherò di vedere.   Ci sono più significati, più spunti di discussione e più intensità  in un solo episodio di Black Mirror che in un’intera stagione di Lost successiva alla terza.