DISCLAIMER: questo post tratta argomenti seri e complessi in modo superficiale, generalista ed eccessivamente sintetico.

Durante un famoso intervento al G20 del 2011, Silvio Berlusconi definì “una moda passeggera” l’atteggiamento pessimista dei mercati internazionali nei confronti dell’economia italiana.  Al tempo, secondo l’opinione condivisa di autorevoli commentatori ed economisti, si era bene o male sull’orlo del baratro. Solo l’austerità ferrea del governo tecnico Monti salvò l’Italia, a parere di molti (soprattutto appartenenti al suo attuale schieramento), dal disastro economico e finanziario.

Ma va là, ma che crisi d'Egitto. Ah no, di Marocco...

“Crisi? Quale crisi? Qualcuno ha detto crisi?”

Chiunque senta un Presidente del Consiglio affermare che la crisi non esiste perché i ristoranti sono pieni e si fa fatica a prenotare i voli non può che stupirsi della superficialità dell’affermazione. Non vi sono dati a supporto, non vi sono numeri, non c’è significato. Quali ristoranti? Quali voli? Quando? Qual è la variazione rispetto all’anno precedente? e a dieci anni fa? Inutile anche stare a discutere: questa non può essere la posizione di un alto rappresentate dello stato: verrebbe considerata approssimativa anche al bar sotto casa.

Ma a me lasciatelo dire. Lasciatemi stupire del fatto che due anni dopo, in una nazione definita al collasso, con un’impressionante (e crescente) percentuale di cittadini sotto la soglia della povertà, con una disoccupazione record, un PIL in recessione, stipendi fermi da decenni, e chi più ne ha più ne metta, la percezione è completamente differente.

Ho trascorso due giorni in Liguria, partendo sabato mattina e tornando ieri sera, in uno dei mille paesini (tutti molto simili) incastonati fra il mare e le montagne dalla Francia alla Toscana. Definire quelle di Pasqua “vacanze” è esagerato. Si tratta di un misero lunedì festivo da “attaccare gratis” ad un normale weekend. Oltretutto, il maltempo che imperversava e che ha imperversato su ogni parte dell’Italia avrebbe dovuto scoraggiare qualsiasi velleità di villeggiatura.

Eppure la modesta pensioncina nella quale ho alloggiato aveva tutte le stanze occupate, nonostante il prezzo decisamente non coerente con i servizi offerti. La densità di turisti (italiani) in giro per il paese era tale da rendere impossibile camminare per le vie centrali senza urtare fisicamente altre persone.  Per poter trovare un tavolo ad un ristorante (erano tutti aperti) abbiamo dovuto prenotare (effettuando diversi tentativi) o attendere in loco anche mezz’ora.

Sulla via del ritorno ho fatto 44 km di coda sull’autostrada costiera diretto verso Milano, ed un’altra decina in prossimità del capoluogo.  Frustrato dalla situazione mi sono sfogato via sms con un amico che mi ha risposto informandomi di aver interpellato 7 (!) ristoranti in Valtellina, dove stava trascorrendo il weekend, prima di trovarne uno con disponibilità per la cena.

Facendo queste considerazioni supportate da campionamenti così ristretti mi sento stupido almeno quanto Silvio, ma è innegabile che la prima percezione non sia esattamente quella propria di un paese in recessione economica violenta e catastrofica.  Mi vengono in mente le foto di New York nel ’29 e non mi sembra di trovare punti in comune.  Eppure, i numeri non mentono.

Ritorno dunque mestamente a ragionare su una questione a cui penso spesso: se i numeri dicono una cosa, ma la realtà sembra dirne un’altra, allora forse qualcuno sta facendo il furbo con i numeri. E se pensiamo che secondo le stime (conservative) il sommerso italiano sia circa il 30% del PIL, tutto torna: lo Stato (e con lui chi non può in nessun modo evadere le tasse) è più povero che mai. Tutti gli altri (e sono tanti) si limitano a piangere miseria, utilizzando la scusa della “crisi-babao” per qualsiasi fine possa tornare utile.