Oggi Erich Priebke compie 100 anni; l’evento è stato anticipato da un discreto clamore mediatico, per lo più relativo alle diverse voci che si sono levate indignate a vario titolo ed in varia misura rispetto al fatto che un ‘criminale di guerra’ possa vivere bene o male in libertà, passeggiare impunemente per la città o addirittura pensare di festeggiare il notevole traguardo personale.

Priebke ha, eseguendo un ordine superiore, ucciso centinaia di vittime civili innocenti, con il solo scopo di attuare l’assurda legge bellica della ‘rappresaglia’ utilizzata dai tedeschi nei territori occupati, concepita come deterrente estremo alle azioni delle forze partigiane.

E’ del tutto analogo a quanto compiuto dagli avieri alleati durante i bombardamenti “strategici” sulle città tedesche, o dai russi nella gestione dei campi di concentramento (che hanno causato più del doppio dei morti dei lager tedeschi) sul proprio immenso ed ostile territorio, giusto per citare rapidamente un paio di esempi che balzano all’occhio.

La guerra è ripugnante, è la vergogna della civiltà e la tomba della coscienza dell’essere umano.  Nel più grande conflitto che il mondo abbia mai visto sono state compiute tali e tante atrocità da far pensare che sarà impossibile accertarle tutte.

Questo non scusa Priebke: al contrario, rende anche tutti gli altri colpevoli.

Ma continuo a ritenere che si parli di lui e non degli altri per il semplice fatto che, alla fine, ha perso la guerra.