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The Big Bang Theory è un’innovativa sit-com che ha rapidamente conquistato il favore del pubblico americano ed europeo; la vis comica della serie è incentrata sulle differenze attitudinali, culturali e comportamentali nella quotidianità delle relazioni sociali che intercorrono fra un gruppo di quattro ricercatori del Caltech ed una ‘ragazza media’ loro dirimpettaia, Penny, senza particolari aspirazioni o talenti.

Il rigore dell’approccio sistematicamente scientifico a qualsiasi evento del quotidiano da parte dei quattro studiosi è sicuramente fonte di divertenti gag e battute, e va senz’altro riconosciuta agli sceneggiatori l’originalità degli episodi nonché la capacità di incastonarvi alcune “perle nerd” intellegibili solo a pochi intenditori – come ad esempio il “Cylon toaster” di Sheldon.

In una anglosassone rivisitazione dello stereotipo “pupa e secchione”, uno di loro – o meglio la gran parte di loro – è irresistibilmente attratto dalla vicina, e su questa pulsione passionale si gioca gran parte degli episodi e delle situazioni.

Ridicolizzare l’inadeguatezza sociale dei quattro, confrontati con la spregiudicata ‘normalità’ – definizione pericolosa e sfuggente – della vicina è la conseguenza naturale della situazione. Li vediamo dunque continuamente piatire attenzioni, sognare relazioni, elemosinare contatti umani con una qualsiasi donna.

E va bene, ci sta; d’altronde, si sa, i nerd sono degli sfigati, alle ragazze piacciono i bastardi (ma poi sposano gli ingegneri e gli avvocati) ed è meglio un istruttore di boxe thailandese che un topo di biblioteca.

Ma all’ arrogante ed ostentata mediocrità di Penny (e non solo), che si permette di relazionarsi con spocchiosa supponenza – talvolta con ampi sconfinamenti nella commiserazione – nei confronti dei vicini, mi piacerebbe opporre le seguenti considerazioni:

1) Il potere che essi involontariamente ti conferiscono non è attribuito secondo un criterio meritorio, ma per il semplice fatto di essere dotata di una vagina. E’ una mera conseguenza biochimica pressoché inevitabile derivata dagli ormoni umani. Sarebbe opportuno dunque non abusarne o quantomeno essere coscienti di non aver fatto nulla per meritarlo.

2) Il fatto che tu possa comportarti come se fossi Kate Moss  ed ottenere sempre e comunque consensi non significa che sei figa. Anzi, di fatto non puoi essere univocamente definita tale. La situazione maturata è semplicemente una conseguenza delle equazioni di Lotka-Volterra.

3) Dovresti ricordarti ogni tanto che se puoi usare un telefonino, mandare un’email e vedere la televisione è grazie a persone come i tuoi vicini ed alla loro dedizione, non certo grazie alle tue colleghe.

4) Spesso cercano di insegnarti qualcosa, con pazienza e passione. Invece di snobbarli, potresti cogliere l’occasione di andare oltre a vanity fair.

5) Nel giro di dieci anni al massimo, qualsiasi tuo potere sarà tristemente svanito fra le rughe.  Sbrigati a cogliere l’occasione di ingabbiare senza tante storie un ignaro Leonard, è il migliore affare che puoi fare e che mai ti capiterà.

Articolo realizzato con il contributo dell’Ente Nazionale Protezione Nerd.

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Diversi mesi fa, profondamente irritato dalla visione di un finto documentario trasmesso da Sky riguardante il presunto rinvenimento di prove inconfutabili sull’esistenza di animali acquatici antropomorfi ed intelligenti (definiti nel programma ‘sirene’), scrissi un pezzo per questo blog nel quale riassumevo il mio disappunto.

La cosa che trovavo fastidiosa era il fatto che, sebbene ad un certo punto diventasse palese che il documentario fosse opera di fantasia (i filmati, ad esempio, sono quanto di più fake si possa immaginare), questo aspetto non fosse palesato a sufficienza, e quindi qualche spettatore poco smaliziato potesse effettivamente cascarci e bersi tutte le balle che venivano snocciolate dall’attore che interpreta il personaggio di fantasia del ricercatore Paul Robertson.

Pensavo a un bambino, a un ragazzo, o a un qualsiasi spettatore senza gli strumenti culturali necessari per interpretare con spirito critico quello che lo schermo gli riversa addosso – il tutto aggravato dal fatto che il canale su cui è stato trasmesso, Discovery Channel, è da sempre sinonimo di affidabilità e divulgazione scientifica.

Quel post si è rivelato per me spunto di diverse interessanti riflessioni.

Prima di tutto, da un giorno con l’altro ha fatto esplodere le visite di questo blog, normalmente frequentato da quattro gatti in croce (anzi, meno) e da sempre relegato alla dimensione nella quale è stato concepito, ovvero di spazio nel quale archiviare i frutti del mio piacere di scrivere di qualsiasi cosa, ogni tanto, giusto per tenersi in esercizio, senza particolari velleità.

Non posso nascondere che questo mi abbia fatto un certo piacere – vanitas vanitatis et omnia vanitas, d’altronde – anche se è facile rendersi conto che il processo che ha portato a questa impennata di accessi è semplicemente legato al fatto che l’utente, dopo aver visto in tv il documentario, si connette e googla perplesso/esaltato/schifato/incuriosito in cerca di ulteriori informazioni o semplicemente di un posto dove dire la sua.

Ecco, dire la sua.

I commenti che si sono accumulati sul post sono probabilmente la parte più bella di quella pagina, nonché una parziale prova di quanto stavo sostenendo e sostengo tutt’ora.

Commosso dalla partecipazione di sconosciuti al mio scalcinato blog, ho infatti inizialmente cercato di rispondere ad ogni commentatore.

Ho smesso nel momento in cui è diventato evidente il carattere donchisciottesco del lavoro che mi accingevo a fare.

Che senso ha rispondere a commenti – pieni anche di un certo livore, in alcuni casi – di persone che non hanno nemmeno letto (o capito, che è peggio) quello che c’è scritto nell’articolo?

Il dibattito si è immediatamente spostato sull’esistenza o non esistenza delle sirene, che NON era il punto dell’articolo.

La questione è un’altra, e stavolta cercherò di essere chiaro oltre ogni possibile fraintendimento.

Signori, il “documentario” andato in onda è finto, e opera di finzione, è una palla, una bufala, sono attori, sono filmati finti, è fantasia. E non lo dico io, lo dice il produttore stesso del documentario! Non sto nemmeno a linkarvi le fonti, fatevi un giro sulla wiki o da qualsiasi altra parte, persino sul sito del produttore. Non è oggetto di discussione.

Ora, chiarito questo, si può dibattere sull’esistenza o meno di animali marini antropomorfi, intelligenti e organizzati in una società strutturata nonchè dotati di linguaggio articolato, come sostiene il video.

Però, allo stesso modo, allo stesso, identico, preciso modo, è aperta la discussione sull’esistenza dei draghi, degli x-wing di guerre stellari, della morte nera, di matrix, di harry potter, e di tutte le altre opere di fantasia.

Posso in un certo modo capire che quanto espresso dal documentario sia più verosimile rispetto a quanto narrato nel ‘Signore degli Anelli’, ma il valore documentale e scientifico non cambia: sono entrambe opere di fantasia, ed è dunque nullo in entrambi.  Credo sia molto importante focalizzare la differenza fra verosimile vero, nell’accezione più naif ed immediata dei due termini – non vorrei dover scomodare Kant, Turing, Russel, Searle  e tutta la banda di briganti che ha cercato nei secoli di farci impazzire con tutte le implicazioni del concetto di “vero”.

Proprio nella verosimiglianza (che poi, a me non è sembrato nemmeno verosimile se proprio vogliamo dirla tutta, ma ammetto che questo, ovvero la verosimiglianza, e non la verità, può essere oggetto di dibattito sul programma andato in onda) è il pericolo subdolo e anche, di fatto, visti i numeri straordinari che ha registrato il documentario, la genialità del produttore, che punta solamente ad avere un numero soddisfacente di spettatori. E’ poi al limite della circumvenzione d’incapace la trovata di inserire elementi reali (esperimenti sonar e tracce sonore rilevate dal NOAA) in una trama fittizia.

Con alcune notevoli eccezioni relative ad interventi arguti e piacevoli di cui ringrazio gli autori, è molto divertente osservare la deriva dei contenuti nei commenti: dalle sirene si passa a dio, da dio a negare la scienza, ai buchi neri, al duce, a grillo e chi più ne ha più ne metta.

Ringrazio chi mi ha segnalato la deputata grillina indignata per il segreto di stato sulle sirene: una vera perla.

E invito chi sostiene che “non c’è molta differenza tra chi usa la religione e chi la scienza” [sic!] a curarsi solo con un bel “Gesù D’Amore Acceso” nel malaugurato caso in cui dovesse necessitare di un antibiotico.

[UPDATE: ho scritto questo post il 24 Giugno.  Da allora ha avuto un impressionante numero di accessi ed un notevole numero di commenti. Ho dunque scritto di nuovo sull’argomento in questa pagina]

Il progressivo ed apparentemente inarrestabile decadimento della qualità dei programmi di divulgazione scientifica offerti da Sky ha subìto recentemente un’accelerata clamorosa grazie alla messa in onda del “documentario” (virgolette d’obbligo) intitolato “Sirene: il mistero svelato”.

Da diversi mesi non ho potuto che assistere impotente all’imbastardimento di un palinsesto che tre anni fa consideravo impeccabile: laddove a qualsiasi ora era possibile trovare un documentario ben fatto, specifico, interessante, approfondito è ora invece comune la proposizione agli spettatori di programmi la cui attinenza al tema del canale è quantomeno discutibile, fra improbabili rigattieri americani che fanno affari da favola, folkloristici antiquari a caccia di pezzi rari nei solai, sedicenti buongustai che girano il mondo alla caccia del piatto regionale del secolo et similia.

L’ulteriore passo verso il baratro della qualità compiuto da canali che sono pilastri storici della divulgazione culturale e scientifica, come Discovery Channel o History Channel, è costituito dalla collezione di programmi a tema occulto-complottistico che proliferano senza tregua.  Documentari che vorrebbero dimostrare che gli alieni sono fra noi, che i nazisti avevano il sacro Graal, o che è colpa del governo occulto del mondo se la tua lavastoviglie non funziona.

Il documentario “Sirene”, purtroppo, compie un passo ulteriore verso la distruzione della credibilità del polo scientifico televisivo per eccellenza.  E, questa volta, l’hanno fatta davvero grossa.

Sintonizzando ieri sera la TV per puro caso su Discovery Channel (schifato in meno di 5 minuti da un documentario su History la cui tesi era che i draghi sono realmente esistiti nel Medioevo), ho avuto occasione di guardare tutto “Sirene”, con l’eccezione dei primissimi minuti.

Un sedicente ricercatore del NOAA, tale Paul Robertson, raccontava con dovizia di particolari, e coadiuvato dalle (lecite) ricostruzioni del documentario, di una scoperta eccezionale effettuata da lui e dal suo team. In estrema sintesi, questi ricercatori hanno avuto l’occasione di lavorare ed esaminare i resti di una creatura marina finora sconosciuta. Tali resti denotavano un’origine evolutiva marcatamente terrestre, con la presenza di un bacino simile a quello umano e di ossa (cinque, simili a dita) presenti all’interno delle pinne.   Ne partiva poi una dissertazione apparentemente plausibile su una possibile teoria evolutiva, detta delle “scimmie acquatiche”, secondo la quale non è da escludersi che più o meno contemporaneamente al momento in cui le scimmie hanno iniziato a camminare su due piedi, alcune di esse abbiano iniziato a sviluppare caratteristiche fortemente specializzate nell’adattarsi all’ambiente marino.

Fantastico, pensavo. Davvero interessante.

Continuando la sua relazione – costellata di intermezzi di approfondimento in computer graphic, come d’abitudine su Discovery – lo scienziato arrivava a parlare di un manufatto rinvenuto unitamente al corpo di questa creatura. Si trattava di un osso di balena lavorato, ove era infisso un aculeo di manta gigante, e si dimostrava come fosse del tutto plausibile che tale strumento venisse utilizzato dalla creatura in oggetto per cacciare.

Incredibile! Ero veramente stupito. Un animale marino che produce ed utilizza un utensile? Pazzesco. Roba da prima pagina. Anche se un’ombra di scetticismo iniziava a farsi avanti…

Poco dopo, Robertson racconta di come i militari del governo americano abbiano fatto irruzione nel suo laboratorio per sottrarre tutto. Campioni, documenti, file, tutto.  Quindi, niente foto, niente campioni, niente di niente. Niente prove. Solo la bella faccia di Robertson che racconta ad occhi sgranati delle sue scoperte. E già verrebbe da dire: ma una chiavetta da pochi euro su cui fare il backup della scoperta del secolo, non ce l’avevi? Una mail ad un amico biologo con una foto in allegato, non l’hai mandata? No, ti sei fatto bruciare tutto dai cattivoni del governo.

Si stava facendo ormai largo in me la consapevolezza di essere di fronte ad uno dei “soliti” documentari non scientifici cui ho accennato sopra. Quelli in cui si scambiano a piacere (pericolosamente) i concetti di “possibile”, “plausibile”, “probabile” e “reale”.

Il peggio doveva ancora venire.

Evidenziando il pathos del momento con voce profonda e pause accentuate, la voce narrante del documentario annuncia qualcosa del genere “ma gli uomini del governo ignoravano che due ragazzi, testimoni del primo ritrovamento sulla spiaggia, avevano in realtà filmato con il loro telefono cellulare il loro contatto con la creatura. Questo è il loro video”.

E segue questo video:

E poi un altro, presentato come “video amatoriale girato su un peschereccio nell’Adriatico”:

A questo punto, avendo la certezza di trovarmi di fronte ad una troiata galattica, non ho pututo esimermi dal guardarlo tutto, fino alla fine, per vedere dove e quando sarebbe apparsa la scritta “attenzione: abbiamo detto solo minchiate per farvi divertire”.

Beh, non è apparsa.  E – ho controllato – non c’è nemmeno nei primi minuti, che non avevo visto in prima istanza.

Nei titoli di coda è passata veloce veloce, piccola piccola, la scritta “Il documentario che avete visto è costituito da una storia di fantasia basata su teorie scientifiche plausibili”, o qualcosa del genere.

Stamattina ho cercato di documentarmi un po’ su quest’opera di mistificazione e disinformazione. Pare che sia il secondo capitolo – il primo, del tutto simile per contenuti (ovvero un’accozzaglia di fandonie) e per modalità di regia (documentario vero e proprio) – ha fatto stabilire ad Animal Planet, il canale che l’ha prodotto, il record di ascolti.

Nonostante le continue e ripetute smentite del NOAA e della Marina USA, vi è (basta fare una rapida googlata) una grande percentuale di spettatori assolutamente convinta che sia tutto vero.

Ora, lo spettatore medio sarà anche ingenuo e credulone, ma io non mi aspetterei da Discovery che mandi in onda un documentario finto su fatti finti con filmati finti spacciati esplicitamente per veri a solo favore degli ascolti.

E’ disinformazione vera e propria, è quanto di peggio un canale di divulgazione possa fare.

Che poi, se per caso lo vede un grillino, finisce che ci scappa anche l’interrogazione parlamentare sulle sirene…

Qualche sera fa, sfogliando la libreria di programmi a disposizione dell’utente dell’eccezionale servizio Sky On Demand, mi sono imbattuto nella collezione di tutti gli episodi della prima stagione della serie Black Mirror.  Ammetto che non ne avevo mai sentito parlare prima.  Incuriosito dalla sintetica descrizione disponibile a schermo e dal fatto che l’intera prima stagione fosse in realtà composta da solo 3 episodi dalla durata decisamente modesta (meno di un’ora ciascuno), ho premuto il tasto play.

Era molto tempo che non venivo così piacevolmente stupito.  I tre episodi sono completamente scorrelati l’uno dall’altro e tutti autoconclusivi.  Non voglio entrare nello specifico contenuto di ogni cortometraggio, perchè mi auguro anche per chi non li avesse ancora visti la stessa piacevole sorpresa.

Mi limiterò a dire che il primo è una provocazione relativa alla pervasività dei media con particolare riferimento a internet nel suo complesso ed al fantomatico social cloud.  Ambientato nell’Inghilterra contemporanea, esplora le potenziali (e assurde) conseguenze della pervasività della comunicazione digitale.  In realtà la vicenda trattata è abbastanza implausibile se si prende in considerazione un assunto di base che più volte è stato ribadito e messo in atto dai governi occidentali (ed in particolare dai paesi anglosassoni): con i terroristi non si tratta.  Nonostante questo aspetto lievemente stonato, rimane interessante e stimolante la caricaturale serietà con cui gli eventi precipitano verso il finale a sorpresa.   Voto: 8-

Il secondo è, a mio avviso, il vero gioiello della serie: ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte esattamente al tipo di uso della fantascienza più interessante: la fantascienza come mezzo e non come fine.  Come in P.K. Dick, o in una certa parte di Asimov, l’ambientazione futuristica serve solo come cosmesi e catalizzatore degli eventi, che rimangono comunque ancorati all’uomo, alla condizione umana ed alla società, e potrebbero – volendo – essere trascritti anche utilizzando il palscoscenico di un’epoca antecedente, senza sminuire la portata del significato veicolato.  Partenza in sordina che innesca qualche dubbio. A seguire, climax magistralmente dosato e apex molto intenso che conquista i pieni voti.  Ma la lode e l’applauso accademico sono per me da ascrivere agli ultimi due minuti.

Nell’ultimo episodio un’altra interessante riflessione sulle implicazioni della privacy e del patrimonio di informazioni, se così vogliamo chiamarlo, proprio di ogni individuo nell’era digitale. Fino a che punto siamo schiavi di una tecnologia che impedisce di dimenticare qualsiasi cosa? E fino a che punto è auspicabile?  Bella la regia, l’idea e la realizzazione tecnica. Voto: 8+

Esiste anche una seconda stagione, che non mancherò di vedere.   Ci sono più significati, più spunti di discussione e più intensità  in un solo episodio di Black Mirror che in un’intera stagione di Lost successiva alla terza.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo potuto assistere ad una progressione geometrica della quantità di Talent Show trasmessi da praticamente qualsiasi canale televisivo.  I Talent Show hanno lentamente eroso il dominio incontrastato dei Reality Show fino a confinarli in una nicchia per pochi irriducibili aficionados. Ignoro quali siano nel dettaglio le ragioni di questa darwiniana evoluzione di format: probabilmente il livello infimo di qualità del materiale prodotto filmando ossessivamente un gruppo di persone (troppo) comuni confinato da qualche parte senza nessun altro scopo specifico se non manifestare l’originalità unica della propria mediocrità iniziava a far sorgere qualche domanda anche allo spettatore più passivo e onnivoro.

Il concetto alla base dei talent show è piuttosto semplice e, nonostante venga declinato in modalità differenti sulla base delle esigenze di ogni singola trasmissione, gli elementi di fondo rimangono tutto sommato gli stessi.  C’è un insieme di “concorrenti”, tendenzialmente appartenenti alla categoria dei “dilettanti” della disciplina oggetto del programma, che può essere la musica, la cucina, il ballo, e così via.  Questi concorrenti non sono professionisti, non hanno un’autorità derivata da meriti acquisiti sul campo del talent show – in pratica, sono degli emeriti nessuno.  Ci sono poi dei “giudici”, idealmente super partes, che al contrario possono vantare diverse mostrine e generalmente hanno un bagaglio esperienziale che non può essere messo in discussione.  Il ruolo dei giudici nei confronti dei concorrenti è duplice: da una parte si occupano di indirizzare la ‘crescita professionale’ dei dilettanti, analizzando il loro operato e dispensando consigli o invitando a specifici esercizi di miglioramento; dall’altra sono chiamati per l’appunto ad esprimersi in relazione ad una specifica performance, che tendenzialmente avviene durante il corso della trasmissione o comunque ne è il fulcro.  Sulla base dell’opinione dei giudici, i concorrenti possono proseguire il loro cammino di crescita all’interno della trasmissione oppure venirne eliminati.  L’eliminazione progressiva dei concorrenti porta in ultima analisi all’individuazione di un vincitore dell’edizione – generalmente a cadenza annuale – del programma.

A me sembrano meccaniche e concetti piuttosto banali e che non lasciano grande spazio all’interpretazione.  Tu, emerita nullità, incapace per definizione di ottenere autonomamente il successo nello specifico campo applicativo, vieni fortunatamente selezionato per far parte del programma.  Hai l’opportunità di entrare in contatto con dei professionisti veri e, se sei molto molto fortunato (o molto molto abile), addirittura di vincere il premio in palio oltre a tutti gli altri effetti derivati dalla grande visibilità ottenuta attraverso l’esposizione televisiva.  In caso contrario, potrai comunque usufruire di consigli e opinioni di esperti che sono ordini di grandezza più abili di te: non è cosa da tutti i giorni farsi spiegare come tagliuzzare le verdure da Carlo Cracco o come sfruttare un particolare arrangiamento da Elio.

Eppure, non riesco a non essere profondamente disturbato da alcuni aspetti e sfumature che sembrano permeare trasversalmente le diverse declinazioni del concetto di talent show.  In primis, in modo più o meno intenso a seconda delle fasi del programma, si percepisce spesso da parte dei concorrenti – le cui interviste e affermazioni vengono generalmente riproposte durante la trasmissione – una non accettazione dei giudizi ricevuti o della propria eliminazione dal concorso.  Non è da sottovalutare, inoltre, il tolleratissimo (o addirittura incoraggiato?) atteggiamento da primadonna di alcuni concorrenti, che arrivano a cercare esplicitamente di ostacolare gli altri per prevalere, , contravvenendo al principo base di sportività della competizione, o a mettere apertamente in discussione l’autorità dei giudici – e mi verrebbe da chiedermi su che basi.

Il primo esempio che mi viene in mente è costituito dai Frères Chaos, mediocre duetto costituito da fratello e sorella simil-incestuosi: al momento della loro eliminazione dall’ultima edizione di X Factor, non risparmiarono di rivolgersi ai giudici (in diretta) in modo arrogante e maleducato, invocando il furor di popolo e sbandierando strampalate teorie su preferenze, favoritismi, brogli, giochi di palazzo  (sembra che tutto il materiale digitale relativo a quell’evento sia stato rimosso dalla rete; un estratto, decisamente non esaustivo, si può trovare qui:http://www.youtube.com/watch?v=7wpWex0HITM).

Eliminazione dei Freres Chaos

La comunicazione non verbale trasmette in modo abbastanza evidente la reazione dei concorrenti all’eliminazione

Molto più costante nella sua tracotante boria è l’ultima vincitrice di Master Chef, che fin dalle prime puntate ha manifestato un’intera collezione di atteggiamenti a me assolutamente insopportabili; dall’incapacità di accogliere una critica – peraltro faceta – da parte di un giudice, al candore con cui ammette di fare di tutto per mettere i proverbiali bastoni fra le ruote agli altri concorrenti, al livore e all’intenzione di prevalere senza compromessi che trasuda da ogni suo comportamento o esternazione. Per non parlare della risibile permalosità con la quale ha sbandierato la propria qualifica professionale facendosi chiamare “Avvocato” per tutta la durata del programma.

Volendo soffermarsi sulla specifica realtà di Master Chef, vale la pena notare che sicuramente i Giudici ci mettono la loro parte; i loro commenti alle performance sono così teatralmente caricaturati che sconfinano spesso nell’inopportuno e nel brutto gusto – sputare schifato il cibo accompagnando il gesto con sonore manifestazioni di disgusto non è certo un atteggiamento istituzionale.  In una certa misura si potrebbe concedere ai concorrenti l’attenuante dell’esasperazione e dell’umiliazione personale.  Questo però non può giustificare atteggiamenti come quelli che vengono continuamente mostrati dalla trasmissione: quando il concorrente si permette di mettere apertamente in discussione la competenza del giudice non dovrebbe dimenticare che il giudice non solo è il giudice, ma è Carlo Cracco, mentre lui, beh, lui non è nessuno.

Non è difficile da capire: quello che hai preparato non va bene.

Non è difficile da capire: quello che hai preparato non va bene.

Gli esempi di questo tipo sono numerosissimi e riproposti in continuazione in praticamente qualsiasi Talent. Ritengo che il messaggio che passa sia dannosissimo e decisamente fuorviante.  Vinci? Tutto bene, sei stato bravissimo. Perdi? E’ sicuramente colpa di qualcun altro, di un complotto, di un giudice che ha delle preferenze, della telecamera che ti ha ripreso male, della canzone che ti hanno assegnato, della pasta che non aveva abbastanza farina, dell’arbitro venduto.  Credo di poter riconoscere in tutto ciò diversi aspetti analoghi all’italianissima tendenza a scaricare il barile e non assumersi le proprie responsabilità.

E’ così difficile rispondere alla critica di un professionista – che è anni luce avanti a te – con “Grazie, ne farò tesoro e ne terrò conto nel mio futuro dentro e fuori il programma” e commentare un’eliminazione con “E’ stato un privilegio riservato a pochi poter venire qui ed imparare qualcosa dai migliori, purtroppo gli altri sono più bravi di me?

Di recente un amico anglofono che sta imparando l’italiano mi ha chiesto dei chiarimenti su alcune forme verbali della nostra lingua. In particolare, con estremo candore ed ingenuità, mi ha chiesto come mai per indicare il medesimo evento vi siano in alcuni casi due forme molto differenti nelle due lingue; talvolta in italiano si usa la terza plurale ove l’inglese presenta la prima singolare, come in questo caso:

i failed the test”

mi hanno bocciato all’esame”

E, forse, questa domanda è meno banale di quanto sembri.